RASSEGNA STAMPA

Articolo su Cinemecum.it


L'AQUILA, LA POMPEI MODERNA DI PISANELLI
Un pedinamento di matrice zavattiniana, un lunga immersione nella città devastata dal dolore. Un racconto per immagini che entra sotto pelle e non smette di far male. Incontro col regista di "Ju tarramutu", documentario senza happy end.


Era già all'Aquila l'otto aprile 2009 Paolo Pisanelli, documentarista, architetto erede di una tradizione di osservazione della realtà, per certi versi, di tipo zavattiniano. Pisanelli, infatti, come un operatore di guerra "deve" stare nel luogo da descrivere, segue senza essere un "cannibale" delle immagini. La gente che lo sente da subito come amico, lo ospita, gli racconta stati d'animo incomprensibili per chi, in ventidue secondi, ha visto precipitare in un inferno la propria vita. "Mi sento come un bambino nato il 6 aprile 2009", dice un testimone, seduto in una sedia di plastica al tramonto, in mezzo allo spiazzo di una tendopoli, che reggerà il record di sette mesi, mentre si perderà tempo, inizierà la diaspora degli aquilani (divisi tra alberghi sulla costa lontana e, poi, nelle "new town" senza identità, impossibilitate a riprodurre una comunità compatta), la città verrà militarizzata, i palazzi prestigiosi, storici puntellati e mai ricostruiti.

"Ju tarramotu. Un viaggio nei territori della città più mistificata d'Italia" non sceglie di mostrare né le "pagliacciate" della politica (come afferma un vecchio all'inaugurazione delle prime "casette"), né il dolore indicibile. D'altronde, la spettacolarizzazione della presunta ricostruzione è presente in frasi sputate fuori da apparecchi televisivi ignorati dai più (ma quanti ce ne sono nelle tende, trai ruderi, negli alberghi, nelle nuove residenze...), da commemorazioni letteralmente "di facciata", dal disastro di aver perso tempo due mesi per organizzare il G8, invece di convocare un tavolo serio per la ricostruzione di una città attualmente condannata a un progressivo sbriciolamento. Mistificazione e spettacolarizzazione del nulla, il danno più disumano realizzato dopo il disastro naturale.

Pisanelli segue, con acutezza, lo sviluppo del trauma psicologico dei terremotati. Prima "silenziosi ed educati" a girare per le macerie delle loro case, simbolo di una esistenza cancellata, identità perduta di un nucleo sociale, poi "zombie che camminano" a fare il bucato nelle tendopoli, a camminare nelle spiagge davanti agli alberghi. La paura gli mangia l'anima: ogni rumore, ogni scossa è un nuovo, piccolo trauma. Ci vuole l'intercettazione dei due imprenditore i quali ridono grassamente pensando agli affari futuri derivanti dagli appalti per la ricostruzione, a dare una scossa al cervello e a iniziare la protesta, prima con le domeniche a cercare di rimuovere le macerie della piazza principale dell'Aquila (zona rossa, ancora proibitissima) e, in seguito, a chiedere conto agli amministratori e al governo. Il documentario si chiude qui, ma non è un happy end, perché la città gioiello dell'Abruzzo e i paesi limitrofi ("avevano un panorama che tutti ci invidiavano") sembrano destinati a diventare, come dice un intervistato nel film, "la Pompei" moderna. E' chiaro a tutti come, se questi luoghi rinasceranno, li vedranno non gli anziani, non i sessantenni, non i cinquantenni, non i quarantenni, forse i piccoli, i nipoti, i figli dei figli.

Paolo Pisanelli ha affrontato la drammatica materia con grande delicatezza, gli chiediamo in dettaglio come è nato il film.
Ho realizzato riprese per quindici mesi: dal 9 aprile 2009 al maggio 2010. Mi sono chiesto subito cosa avrei potuto fare in quella situazione di disastro. Sono un filmaker e, dunque, la scelta è stata quella di andare nei luoghi e girare, testimoniare una trasformazione, quella di un territorio che, ancora subito dopo il terremoto, mi appariva bellissimo con le vestigia medioevali e un paesaggio straordinario. Mi sono formato attraverso studi di Architettura e, se è possibile, ero motivato maggiormente di altri.

Il suo documentario sembra quasi un "pedinamento" zavattiniano. Come reagivano le persone alla sua ricerca?
Mi interessavano le esperienza, le narrazioni della gente. Realizzare accanto a loro il film. E' stata, perciò, una collaborazione ottima. Non è facile parlare di traumi così devastanti, bisogna, in un certo senso, mettersi in gioco davanti alla camera, anche se non si è attori. Gli aquilani e gli abitanti dei borghi hanno deciso di condividere con me le loro sensazioni e il mio lavoro.

Quando si è passati, secondo lei, da una sorta di stadio di confusione-rassegnazione a uno di reazione?
Piuttosto che nei giorni del G8, dove si è perso tempo prezioso per il risanamento della città o quando è stato chiara la verifica delle promesse mancate del governo, al momento dell'ascolto della voce di chi rideva a poche ore dal diastro. E' stata una scossa. Nelle giornate "delle carriole", si sono visti professionisti, borghesi mai scesi in piazza, ferocemente indignati per il trattamento ricevuto da chi pensava esclusivamente ad arricchirsi o a aumentare il proprio potere politico.

La colonna sonora ha un'importanza , anche emotiva, nello svolgersi di "Ju Tarramutu".
Ho una passione speciale per la musica, ho realizzato documentari in tal senso, per esempio "Il sibilo lungo della taranta" (2006), per cui, nel film, le ballate tradizionali sono interpretate in vari modi a commentare le immagini, spesso unite a testi poetici. Infatti, la voce fuori campo legge delle parole tratte da un "copione", in seguito, diventato uno spettacolo teatrale: "Lettere dall'Aquila", il quale ha girato anche in alcune città italiane. E' stato rilevante l'apporto del gruppo Animammersa, impegnato in una riproposizione dell'identità aquilana attraverso musiche popolari e originali.

Il film è stato visto all'Aquila? Che tipo di distribuzione ha?
"Ju Tarramutu" è stato proiettato sia a novembre e per due giorni (quelli del secondo anniversario della catastrofe) in una multisala in città. Per quanto riguarda la distribuzione, il film prodotto da PMI, Officinavisioni e Big Sur è supportato dalla Za lab distribuzione.

Ha nuovi progetti in corso?
Sto lavorando su un film su un personaggio particolare: un pastore, anche cantore, che si esibisce con passione nella notte della taranta, ma un progetto a cui tengo molto è la realizzazione di una radio web con i miei collaboratori.

>> vai all'articolo

Elisabetta Randaccio


Articolo su L'Espresso


ABRUZZO DUE ANNI DOPO, IL FILM
Un documentario per far parlare le persone vere" e per reagire alla propaganda mediatica che ha paralizzato e stordito tutti". È 'Ju Tarramutu', che il 6 aprile prossimo verrà proiettato in venti sale italiane. Ce lo racconta il regista, Paolo Pisanelli


Ha avuto plauso della critica e partecipato a importanti festival cinematografici. Il prossimo 6 aprile, in occasione del secondo anniversario del terremoto dell'Abruzzo, il documentario di Paolo Pisanelli 'Ju Tarramutu', girato all'Aquila e dintorni dopo il tragico evento, verrà proiettato contemporaneamente in 20 città italiane. Film auto prodotto con tanti sforzi da OfficinaVisioni, Big Sur e PMI, 'Ju Tarramutu' è stato partorito con un lavoro sul campo durato quindici mesi. Il suo regista Paolo Pisanelli è anche direttore artistico della Festa di Cinema del reale, che si svolge ogni anno d'estate in Salento.

In attesa di una presentazione a Parigi in maggio e di accordi per poterlo distribuire a livello internazionale, 'Ju Tarramutu' il 6 aprile verrà visto per la prima volta da un vasto pubblico anche nelle sale digitali. Una proiezione che vuole essere quindi anche un esperimento distributivo originale per l'Italia. Nata in collaborazione con ZaLab, questo tipo di distribuzione si propone di diventare un momento per capire l'importanza di partecipare democraticamente alle scelte che decidono il futuro e lo sviluppo del proprio territorio.

Spiega Pisanelli che rispetto a 'Draquila' di Sabina Guzzanti il suo 'Ju Tarramutu' ha ambizioni diverse. Il lungometraggio della Guzzanti infatti è un film che dà molte informazioni e svela molte cose, un documentario reportage nello stile di Michael Moore, dove il protagonista e l'obiettivo è Silvio Berlusconi, mentre al centro di 'Ju Tarramutu' ci sono le trasformazioni che subiscono i luoghi, i territori e le vite degli abitanti.

Niente interviste ai politici quindi, né a esperti e opinion maker. Al centro della narrazione c'è la gente comune, gli abruzzesi che vivono negli insediamenti del Progetto C.AS.E. o nei M.A.P. (Moduli abitativi provvisori) e hanno paura che la loro casa non verrà ricostruita. Ecco come Paolo Pisanelli racconta la lavorazione del film.

In che modo attraverso il suo film si è realizzato all'Aquila un processo di 'democrazia partecipativa'?
Nel filmare il territorio aquilano ho scelto di adottare dei luoghi, in genere le piazze dei centri storici dei paesi dove si poteva accedere senza troppe difficoltà. Io iniziavo a filmare, qualcuno si avvicinava e mi veniva a raccontare. Dare spazio ai racconti delle persone che ho incontrato è stato un modo per reagire alla propaganda mediatica che ha paralizzato e stordito per lunghi mesi i terremotati. Lo spazio del film è diventato una sorta di spazio pubblico, un'agorà nella quale e dalla quale far risuonare le voci della gente di L'Aquila. Una popolazione che dopo le bugie e le mistificazioni del governo ha deciso di prendere nelle proprie mani la gestione dei problemi della ricostruzione. Le persone che raccontano scelgono di mettersi in scena e vengono coinvolte nel gioco del cinema: allora nasce una complicità creativa nello scegliere il modo migliore di raccontare o ricostruire le esperienze vissute. Forse è una sorta di solidarietà fattiva che, di fronte all'impossibilità di tornare ad abitare le proprie case, permette se non altro di abitare un film. Ho sempre cercato di non rubare lacrime e di non espropriare gli aquilani della loro dignità e del loro dolore. Bisogna difendere il loro diritto di tornare ad abitare la loro città, nonostante che le scelte politiche siano andate in tutt'altra direzione.

Quali sono state le maggiori difficoltà nel realizzare il documentario?
Per me Ju Tarramutu è stato un esorcismo contro la distruzione e il dolore causato dal terremoto e da tutto quello che è seguito. È stato un atto di follia produttiva, poiché è stato interamente auto prodotto, ed è stato un atto di rabbia rispetto alla distruzione del territorio, un atto d'amore verso la città e i suoi abitanti. Le maggiori difficoltà sono state economiche, non voglio aggiungere niente sulla crisi e a quanto si sa già dell'abbandono di chi si avventura in imprese culturali: ogni volta che è possibile, bisogna gettare il cuore oltre l'ostacolo per non restare muti.

>> vai all'articolo

Laura Antonini


Articolo su Tiscali


"JU TARRAMUTU": L'ABRUZZO TRA PASSIONE, RABBIA E AMORE

6 aprile 2009, la terra trema in Abruzzo e sfigura il volto della città dell'Aquila e delle realtà circostanti. Poi "alla violenza naturale del terremoto si sono sovrapposte la voracità degli interessi, la velocità delle urbanizzazioni, l'impatto violento del Progetto C.A.S.E. che ha sconvolto senza pianificazione un territorio bellissimo" denuncia il regista Paolo Pisanelli che a quella tragedia ha dedicato un film-documentario dal titolo di Ju tarramutu. Un'espressione dialettale aquilana che serve a introdurre quello che il regista e fotografo definisce uno "scoppio di passione, di rabbia e d'amore". La pellicola arriva nelle sale il giorno dell'anniversario della tragedia: 6 aprile 2011.

Nessuno può riportare fedelmente il silenzio - Paolo Pisanelli ha usato soprattutto la drammaticità delle immagini per rendere al meglio i sentimenti e gli umori di un comprensorio ferito e di una popolazione che ora si sente abbandonata. "C'é una cosa - ha spiegato il regista - che nessuna tv, nessuna radio può riportare fedelmente: il silenzio. Nei primi giorni dopo il sisma il silenzio era ovunque. Non solo tra le macerie. Le persone andavano in giro come fantasmi. In mezzo alla gente c'era il silenzio, dentro la loro testa c'era il silenzio".

L'Aquila, la città "più "mediatizzata" - Realizzato in un arco temporale di quindici mesi, il film racconta, ed analizza in modo critico, la città "più "mediatizzata" e mistificata d'Italià, passata dalla rassegnazione alla rivolta attraverso mille trasformazioni, intrecciando storie di persone, luoghi, cantieri, voci e fino alle risate di sciacalli' imprenditori, intercettate dai Carabinieri e che hanno scatenato la protesta delle carriole, quando ormai il terremoto già non faceva più notizia.

>> vai all'articolo

Redazione Tiscali


Articolo su Il Sole 24 Ore


JU TARRAMUTU, L'AQUILA DUE ANNI DOPO DISTRUTTA DAL SISMA E DAGLI ERRORI

Jutarramutu.it. Prima di tutto, consultate questo sito. Perché parla di un gran bel film documentario, perché lì troverete gli estremi di una legge d'iniziativa popolare nata dalla voglia di partecipazione e ricostruzione di una terra e di donne e uomini che hanno visto crollare le loro case e anche la democrazia. Ma che continuano a non voler rinunciare né alle une né all'altra. E lì, infine, troverete il modo di approfondire speculazioni e aberrazioni che da due anni martoriano una città, una terra in ginocchio.

Ju Tarramutu è, soprattutto, il titolo della nuova fatica di Paolo Pisanelli, uno di quei registi appassionati e caparbi che fanno la fortuna del documentario italiano. è lui che ci racconta da un'angolazione diversa la tragedia cominciata il 6 aprile 2009. Lo fa ad altezza di terremotato, mettendosi dalla parte di chi ha perso tutto, opponendo alle testimonianze civili e umane i maxi schermi, i plasma che invadevano le tendopoli, casse di risonanza della propaganda di governo, quando non erano solo armi di distrazione di massa. Uscirà, Ju Tarramutu, il 6 aprile, nel biennale del terremoto in Abruzzo, e deve la sua diffusione, in più di 20 città, alla ZaLab che già provvide al lungo e fortunatissimo viaggio di Come un uomo sulla terra.

Un'ora e mezza in cui cuore e pancia si attorcigliano attorno a uno scultore che ritrova i suoi gioielli o a una donna anziana che con dignità piange nel salotto di casa sua, vedendo come gli sforzi di una vita siano divenuti pareti fatiscenti, scoprendo quanto vicino la morte le sia passata vicino. Un'ora e mezza in cui quelle tendopoli che imprigionano più che accogliere si riempiono spesso delle parole vuote e non raramente stupide di un presidente del consiglio che suggerisce una sistemazione da campeggio di fine settimana. Un gioiello, Ju Tarramutu, che si inserisce nella già nutrita produzione post 6 aprile 2009 e che brilla per originalità e umanità.

è nato da dentro, per istinto più che per ragionamento- racconta il regista- è un documentario che ho scritto girando, questo è uno di quegli eventi che ti travolge. All'inizio, forse, voleva essere una sorta di esorcismo a quel disastro, poi è diventato qualcosa di più". Diventa un racconto dolente e rabbioso, ma anche dolce e intimo, racconta un dramma collettivo senza mai dimenticare i singoli individui.
Ho iniziato a seguirli, sono andato lì in varie occasioni. E io L'Aquila non la conoscevo, dovevo andarci pochi giorni prima del sisma, poi l'impegno è saltato. Ho imparato a conoscerla così e ho voluto cercare nelle loro parole, nei loro ricordi, com'era. L'opera ha iniziato a prendere corpo durante il G8, dopo aver incontrato molte persone, aver trovato rapporti importanti. Dai luoghi, spesso inavvicinabili, dal silenzio, sono passato a loro. Trovavo attorno a quella città ormai fantasma tante altre ghost town e attraverso questo film creavo io stesso un luogo, uno spazio da abitare per queste donne, questi uomini senza più un posto proprio. Da qui sono nati tutti gli scambi, umani e creativi, che costituiscono la parte più forte del documentario".

Pisanelli non ha forzato i ritmi, né le storie, con la sua sensibilità acuta ed empatica, ha accettato i tempi lenti di una ricostruzione difficile e controversa. Non ha sfruttato le vittime, le ha accompagnate, è diventato parte della loro vita, spesso è stato partecipe e testimone delle evoluzioni e delle involuzioni delle loro vite. Questo rende Ju Tarramutu un'esperienza unica, prima ancora che un bel lavoro cinematografico. L'esorcismo, il silenzio, il disorientamento che avevano loro era anche il mio. Poi anche dentro di me è giunta la rabbia, credo- è una provocazione, ma non troppo- che la scoperta delle intercettazioni in cui gli imprenditori sciacalli ridevano della loro tragedia, si sfregavano le mani in vista degli affari che avrebbero fatto, hanno fatto esplodere il loro dolore, li hanno portati a una reazione forte. è stata una primavera bellissima, dopo una grande depressione che temo stia tornando, a causa delle grandi speculazioni in arrivo. E le responsabilità di questo sono del governo, ma anche delle amministrazioni locali, al terremoto naturale si è aggiunto il terremoto mediatico e quello delle scelte sbagliate. Ciò che non è crollato per le scosse, è stato buttato giù dagli errori".

Appassionato, amareggiato, ammirato, Pisanelli sente forte ormai l'appartenenza al popolo aquilano. Ne ama la dignità e la forza. Laddove, nelle tendopoli, non ci si poteva riunire ed esercitare la democrazia, neanche nelle sue più elementari forme, questo popolo fiero ha trovato la forza di produrre, proporre, stilare una legge d'iniziativa popolare. In mercoledì freddissimi e ostici non hanno rinunciato ai loro diritti. Questo film, a mio parere, era importante perché L'Aquila è lo specchio dell'Italia di oggi, anche se questa città e il resto del paese sembrano capirsi sempre meno. Dopo due anni all'orizzonte non si vedono miglioramenti, nonostante il grande lavoro di artisti e intellettuali abbiano fatto da motore e sostegno di questa proposta di legge. Mentre il loro dolore veniva spettacolarizzato, durante un'inarrestabile bombardamento mediatico, nulla veniva fatto per gli aquilani, c'erano solo propaganda e militarizzazione della vita comune. Con queste tv onnipresenti che fanno da controcoro grottesco. Io non ho voluto forzarli, strumentalizzarli ma piuttosto ho cercato e voluto diventare un po' aquilano". Ci riuscito. Lo senti dalle sue parole e lo vedi dalle sue immagini.

>> vai all'articolo

Boris Sollazzo


Recensione su Repubblica.it


JU TARRAMUTU, L'URLO DEL SILENZIO

QUANTO sono lunghi 20 secondi? Per saperlo bisogna contarli con calma. Milleetredici, millleequattordici...milleequindici. E sono lunghi, tanto lunghi, quando un rumore che ti spezza le gambe ti sconvolge per sempre la vita. Poi, solo il silenzio. Ed è proprio il silenzio uno dei protagonisti principali di Ju tarramutu, il documentario di Paolo Pisanelli, nelle sale il 6 aprile, nel secondo anniversario del sisma che ha devastato L'Aquila.
Quindici mesi di riprese, iniziate subito dopo il terremoto, per raccontare quello che le tv, che pure hanno fatto del sisma un evento mediatico di rilevanza internazionale, non hanno mai raccontato: la paura, lo spaesamento, la tristezza, il dolore e la fatica, ma anche la forza e la caparbietà di una popolazione che ha perso in una manciata di secondi il suo passato, la sua storia, il suo presente e, nel caso dei più anziani, anche il futuro, ma che, nonostante tutto, non si arrende a vedere morire le proprie radici.
Poco lo spazio occupato dalle voci narranti: solo le immagini a raccontare. Le macerie lasciate lì per mesi e mesi, sotto il sole di agosto e la neve di dicembre; le tendopoli e i container, le stanze delle caserme e gli appartamenti del piano C.A.S.E. Ma soprattutto lo fanno gli aquilani: gli irriducibili che non se ne vogliono andare dalle tende perché, anche se è distrutta, vogliono restare vicino alla loro casa; i comitati cittadini che non si rassegnano, dopo più di un anno dal sisma, alla chiusura del centro storico; il popolo delle carriole che non ci sta a lasciare che L'Aquila resti un cumulo di sassi e polvere e si arma di pala e secchi per sgomberare le vie della sua città. E lo fa il silenzio, lo stesso assordante silenzio che ancora oggi, a 24 mesi dal terremoto, invade vicoli e piazze, case e palazzi sventrati, interi paesi i cui soli abitanti sono gatti e cani randagi.
La videocamera di Pisanelli guarda da vicino la vita dei terremotati, sbigottiti davanti all'arrivo di Obama e dei grandi della terra per il G8, disorientati dalla militarizzazione della loro città, la maggior parte della quale è ancora off limits, stanchi di doversi arrangiare per resistere ai disagi della vita nelle tendopoli e negli alberghi, ma soprattutto arrabbiati per l'immobilità della ricostruzione.
E se in piazza Duomo e per il Corso, cuore di una città fantasma, la voce di una donna nella notte fa eco, non è molto diverso nelle new town, dove regna anarchia urbanistica e sociale, simbolo di una diaspora a cui i cittadini dell'Aquila non si vogliono rassegnare. Interi quartieri nati senza un progetto preciso , formicai, set di un immenso reality su cui i riflettori si sono spenti troppo in fretta.
Ho filmato a lungo il territorio aquilano - spiega il regista - il mio interesse è rivolto alle radicali trasformazioni che sta subendo, alla 'sparizionÈ dei centri storici, tra abbandoni e demolizioni, all'idea di casa che ha dentro di sé ogni persona che ho incontrato. Sicuramente pongo al centro il tema del paesaggio per parlare del momento che stiamo vivendo. Alla violenza naturale del terremoto si è sovrapposta la voracità degli interessi, la velocità delle urbanizzazioni, l'impatto violento del Progetto C.A.S.E. che ha sconvolto senza pianificazione un territorio bellissimo. Nel tempo lo smarrimento degli abitanti è diventato rabbia, ribellione contro gli sprechi, le carenze organizzative, le speculazioni politiche ed economiche. Allora cosa si può veramente fare? A volte fare un film è uno scoppio di passione, di rabbia e d'amore.
Così, a dispetto del miracolo sponsorizzato dal premier e dai media, Ju tarramutu lascia la parola ai cittadini, uniti nel dolore e nella voglia di rinascere. Perché loro, quella notte, nel vuoto che ha creato la terra, hanno perso tutto. Ma hanno ritrovato la loro anima.

>> vai all'articolo

Piera Matteucci

Recensione su l'Unità


JU TARRAMUTU È UN MIRACOLO di G. Gallozzi

In due anni di post-terremoto sono tanti gli sguardi che si sono posati su L'Aquila. Così tanti, effettivamente, da aver quasi costituito un nuovo genere nel panorama documentario, con Draquila di Sabina Guzzanti in testa. Ad arrivare nelle sale, invece, sono stati pochissimi, anzi praticamente nessuno a dire il vero, ad eccezione, sempre, di quello della Guzzanti. Ora, però, in occasione del secondo anniversario del terremoto aquilano, cioè il 6 aprile, arrivare nei cinema un altro film. Sorta di vero miracolo. Ed è uno dei più compiuti e riusciti documentari.
Stiamo parlando di Ju tarrumutu di Paolo Pisanelli, autore ormai apprezzato che riesce con questo lavoro a dare un quadro davvero esaustivo, e stilisticamente rilevante, di tutto quello che è stato il circo mediatico e speculativo messo in piedi da questo governo sulle rovine della città abruzzese.
Una città ancor oggi distrutta non solo dal sisma. Ma dal cinismo greve di questa politica che non perde occasione di sfruttare quella tragedia a fini propagandistici, come nel caso della figurante di Forum, travestita da aquilana entusiasta della ricostruzione. Ecco, il documentario di Pisanelli, smonta pezzo per pezzo proprio la macchina da guerra mediatica del nostro premier, usando quasi a mo' di contrappunto quei tg e quei notiziari, alternandoli alla vita reale, alla solitudine altrettanto reale di una popolazione che è ancora in attesa di ritrovare la sua città. Mentre il piano c.a.s.e. di Berlusconi ne ha costruite altre (le new town) di città, altrove.
Si comincia dallo sgomento del terremoto, ovviamente. Quei 22 secondi di scosse che hanno raso al suolo L'Aquila e tante vite. Lo ricordano alcuni sopravvissuti. Lo mostrano le immagini. I cumuli di macerie e il silenzio. Il silenzio, soprattutto, di una città fantasma a cui fa eco il rumore dei proclami berlusconiani. La passerella comincia. Ma la vediamo appena attraverso un teleschermo. Mentre l'audio va e le immagini ci raccontano invece gli aquilani. Quel senso di smarrimento, come dicono alcuni, di perdita di senso del quotidiano in cerca di qualcosa da fare, non fosse altro che lavare le lenzuola.
Poi arriva il G8, la passerella delle passerelle. Di quei giorni, però, vediamo le proteste non i potenti. è piuttosto l'impotenza della popolazione imprigionata dalla Protezione civile di Bertolaso a mostrarsi. Le tendopoli e gli spostamenti continui delle famiglie da una zona all'altra. E la zona rossa che avvolge tutto. Mentre il centro storico rimane un cumulo di macerie e le nuove case, fuori città, invece, hanno persino un sistema di irrigazione per le rose. Inaccettabile, vergognoso. Eccoli i primi fischi anche per Berlusconi e i suoi miracoli. Ecco il vertice dell'orrore toccato con gli imprenditori che ridono. Ed ecco l'indignazione che porta a forzare i blocchi al centro storico. Le prime manifestazioni, le chiavi appese ai cancelli e il popolo delle carriole che, vengono sequestrate come fossero armi. Ecco, insomma, gli aquilani che si riprendono la loro città. Questo ci racconta Ju tarrumutu in barba ad ogni propaganda di regime.

>> vai all'articolo

G. Gallozzi - L'Unità 31 marzo 2011

Articolo su Il cinematografo.it


L'AQUILA FERITA
Il 6 aprile esce Ju tarramutu, documentario di Paolo Pisanelli nei territori della città più mistificata d'Italia. In occasione del secondo anniversario della tragedia abruzzese


Dopo la tragedia, il silenzio. Poi le parole, tante, troppe, le passerelle, il G8, le inaugurazioni, le promesse e la speranza di un miracolo aquilano. Il 6 aprile ricorrono i due anni del tragico terremoto abruzzese e in contemporanea ZaLab porta nelle sale delle maggiori città italiane Ju tarramutu, documentario realizzato da Paolo Pisanelli, che in un periodo di quindici mesi di riprese prova a raccontare la città più mediatizzata e mistificata d'Italia, passata dalla rassegnazione alla rivolta attraverso mille trasformazioni, intrecciando storie di persone, luoghi, cantieri, voci e risate di sciacalli imprenditori che hanno scatenato la protesta delle carriole, quando ormai il terremoto non faceva più notizia. Non ero mai stato a L'Aquila e alla notizia del terremoto ho pensato che forse non l'avrei più vista com'era prima - racconta il filmaker -. E così ho sentito di voler fare qualcosa: filmare quei territori, non in forma di reportage o denuncia, ma per accompagnare la trasformazione nelle vite delle persone.
Attraverso le storie della gente, modulate e intervallate dalle performance di Animammersa (associazione di artisti costituitasi a seguito del terremoto per tessere una rete culturale-sociale su un territorio così devastato), il documentario non batte il sentiero dell'attacco frontale (vedi Draquila di Sabina Guzzanti) ma, come sottolinea l'architetto Antonio Perrotti (tra i tanti ad intervenire anche nel film), offre all'occhio dello spettatore una denuncia meno eclatante, forse più raffinata, di sicuro più efficace.
Perché quello che è accaduto a L'Aquila dopo il terremoto (e che continua ad accadere, si pensi allo scandalo di qualche giorno fa, con la signora finta aquilana pagata per partecipare ad una trasmissione televisiva) è anche conseguenza di uno sfruttamento non solo immobiliare e politico, ma mediatico: Da questo punto di vista L'Aquila ha rappresentato l'emblema di quella che potremmo definire l'economia dei disastri - dice Carlo Pelliccione di Animammersa -. Tutti quelli che venivano in quei luoghi dopo il terremoto lo facevano per 'produrrÈ, anche artisticamente: terminato il lavoro tornavano da dove erano venuti. Con Paolo è andata diversamente, è venuto qui non per 'arruffarÈ, ma per vivere realmente l'esperienza, si è mischiato a noi, con una grande voglia di 'sentirÈ, 'parteciparÈ, in poche parole è diventato aquilano.
Laureato in architettura e diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia, Paolo Pisanelli - fotografo e regista - si dedica dal 1996 alla realizzazione di film documentari (tra i più noti Don Vitaliano, I colori del corpo, Enrico Berlinguer - Conversazioni in Campania, Il sibilo lungo della taranta), spesso premiati nei festival nazionali ed internazionali.

Valerio Sammarco

Intervista su Sky


JU TARRAMUTU, IL FILM CHE DÀ VOCE AGLI AQUILANI. QUELLI VERI
A due anni di distanza dal terremoto, esce nelle sale italiane la pellicola di Paolo Pisanelli. Un viaggio nei territori della città più mistificata d'Italia


Gli aquilani, che ancora oggi, a due anni di distanza dal terremoto, non possono entrare nelle loro case, hanno abitato questo film con le loro storie, i loro ricordi, le loro speranze per il futuro. Hanno riconquistato il loro tempo e hanno raccontato la loro verità fatta di dolore, fatica, silenzio, rabbia ma anche forza ed entusiasmo.
Il regista Paolo Pisanelli racconta così a Sky.it il senso del suo film dal titolo Ju Tarramutu, che sarà proiettato nelle sale italiane a partire dal 6 aprile. La pellicola, distribuita da ZaLab, è un viaggio nei territori della città più mistificata d'Italia. Già, mistificata. Perché tanto si è detto e scritto su questa terra distrutta prima dalla forza della natura e poi da scelte politiche ed economiche che poco hanno a che fare con la ricostruzione di quelle case e quelle piazze ancora abbandonate.
Paolo Pisanelli, classe 1965, è fotografo. E dal 1996 si dedica alla regia di film-documentari, premiati in festival nazionali e internazionali. Non sono de l'Aquila - racconta - sono nato a Lecce. Ma posso affermare di essere aquilano di adozione. La gente mi ha accolto come se fossi uno di loro. E per 15 mesi ho dormito con loro nelle tende, nei container, nei Map, nelle abitazioni del progetto C.A.S.E..
Il film, infatti, parla delle loro vite, dal giorno del terremoto agli scontri con le forze di polizia a Roma in occasione della manifestazione del 7 luglio 2010, perché è agli aquilani che bisogna dare la parola ora. A quelli veri dice Pisanelli facendo riferimento al recente caso della casalinga che si è finta terremotata e ha partecipato alla trasmissione Forum. Un episodio, questo, che ha scatenato l'ira degli abruzzesi che in tv hanno sentito dire dalla donna che L'Aquila è stata completamente ricostruita. Ma non è così, afferma anche Pisanelli, che nei luoghi del terremoto è tornato solo qualche giorno fa. La situazione ora è anche peggiorata. Perché dopo due anni di pioggia e neve anche i palazzi che potevano essere recuperati stanno crollando a pezzi.
Per mesi - prosegue - ho seguito l'esilio della gente, il loro smarrimento. Con la mia telecamera ho vagato per la città proprio come gli aquilani alla ricerca dei loro luoghi, della loro storia. E la scelta di chiamare il film Ju tarramutu, usando quindi il dialetto aquilano, è una scelta di campo. Volevo stare dalla parte dei terremotati. Sono loro i protagonisti, non gli esperti, né le istituzioni che hanno trasformato le macerie in un teatrino della politica.

Sono tante le persone alle quali Pisanelli ha ridato la parola. Aldo, ad esempio, subito dopo il 6 aprile ha scelto di comprare un container a sue spese per dare un tetto sicuro al padre anziano. In questo modo gli ha salvato la vita, perché altrimenti sarebbe finito in uno degli hotel sulla costa dove uomini e donne sono abbandonati al loro destino.
Ada, invece, ha una casa definita di categoria B, ha cioè bisogno di interventi di ristrutturazione, ma ad oggi i lavori non sono ancora iniziati. E così, dal novembre 2009, vive in una caserma. Ad oggi, ha cambiato stanza ben 12 volte.
Ma la gente ha voglia di reagire. E il primo moto d'orgoglio è scattato dopo aver saputo che la notte del sisma degli sciacalli ridevano al pensiero degli affari che avrebbero fatto con gli appalti per la ricostruzione (ascolta la telefonata dei due imprenditori). È in quel momento che gli aquilani hanno alzato la testa e hanno organizzato la protesta delle carriole quando ormai il terremoto non faceva più notizia.

A volte - conclude - anche fare un film è uno scoppio di passione, di rabbia e d'amore.

>> vai all'articolo

Pamela Foti

Intervista su l'Unità


FESTIVAL DEI POPOLI: JU TARRAMUTU di Pisanelli

C'è una cosa che nessuna tv, nessuna radio può riportare fedelmente: il silenzio. Nei primi giorni dopo il sisma il silenzio era ovunque. Non solo tra le macerie. Le persone andavano in giro come fantasmi. In mezzo alla gente c'era il silenzio, dentro la testa c'era il silenzio.
Racconta così il senso di Ju tarramutu, film sul terremoto dell'Aquila in concorso al Festival dei Popoli di Firenze, il regista Paolo Pisanelli. Il film diretto da Paolo Pisanelli sarà proiettato in prima nazionale domenica 14 novembre 2010, alle ore 21,30 al cinema Odeon di Firenze e lunedì 15 allo Spazio Uno alle ore 10:30. La notte del 6 aprile 2009 un violento terremoto ha devastato una delle più belle città italiane e il suo territorio, dotato di uno straordinario patrimonio artistico e naturale. Dopo quella notte, L'Aquila è divenuta teatro della politica sia nazionale che internazionale. Il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha deciso di spostare il summit del G8 nel capoluogo abruzzese per captare l'attenzione e ottenere aiuti internazionali.
Per mesi le persone terremotate sono rimaste spaesate e totalmente escluse dalle scelte politiche che decidevano il loro futuro. In un periodo di quindici mesi di riprese, il film racconta la città più mediatizzata e mistificata d'Italia, passata dalla rassegnazione alla rivolta attraverso mille trasformazioni, intrecciando storie di persone, luoghi, cantieri, voci e risate di sciacalli imprenditori che hanno scatenato la protesta delle carriole, quando ormai il terremoto non faceva più notizia. Riprendiamoci la città hanno gridato gli abitanti dell'Aquila e si sono organizzati per spalare le macerie, dimostrando la volontà di non rassegnarsi al silenzio, anche se costretti a vivere nelle periferie di una città fantasma.
A volte non so perché inizio a fare un film, Ju tarramutu forse è una sorta di esorcismo.... - dice Pisanelli -. Il terremoto mi ha svegliato la notte del 6 aprile 2009 a Roma, ho sentito un tonfo e il letto che ballava, un uovo di Pasqua era caduto dal mobile della cucina. La scossa mi aveva spaventato, ma la radio e la televisione non davano notizie, ho pensato che avesse colpito forte da un'altra parte. La mattina dopo ho scoperto che L'Aquila era distrutta. In poche ore è diventata una grandissima inaccessibile zona rossa.
Un terremoto è un evento assurdo, che ti fa interrogare sulla natura del reale e del mondo in cui viviamo e ti mette a confronto con l'insensatezza. Avrei voluto dare una mano... ma cosa si può veramente fare? Radio e tv bombardavano di notizie e raccomandavano di non avvicinarsi alle zone del sisma, ma alla fine io sono partito. Ho cominciato a vagare e a filmare intorno all'Aquila, senza sapere dove andavo, mi sono messo a esplorare questi territori e a scavare con gli occhi.C'è un senso dell'insensatezza? Credo di sì....
Ho filmato a lungo il territorio aquilano: il mio interesse è rivolto alle radicali trasformazioni che sta subendo, alla sparizione dei centri storici, tra abbandoni e demolizioni, all'idea di casa che ha dentro di sé ogni persona che ho incontrato. Sicuramente pongo al centro il tema del paesaggio per parlare del momento che stiamo vivendo, più che della bellezza o della distruzione del paesaggio in sé racconta ancora Pisanelli.
In ogni paese dove capitavo ho incontrato persone che mi hanno raccontato storie, esperienze, emozioni: per me filmare è un modo di conoscere ma è anche il modo per curare i luoghi e le persone, non solo come esercizio della memoria, ma come contatto con l'altro, condivisione di esperienze, hic et nunc. Alla violenza naturale del terremoto si è sovrapposta la voracità degli interessi, la velocità delle urbanizzazioni, l'impatto violento del Progetto C.A.S.E. che ha sconvolto senza pianificazione un territorio bellissimo, ancora di impianto medioevale. Nel tempo lo smarrimento degli abitanti è diventato rabbia, ribellione contro gli sprechi, le carenze organizzative, le speculazioni politiche ed economiche... Allora cosa si può veramente fare? Ecco, a volte fare un film è uno scoppio di passione, di rabbia e d'amore.
Il film diretto da Paolo Pisanelli (montaggio di Matteo Gherardini, collaborazione al montaggio Piero Li Donni e Fabrizio Federico, assistente operatore Pierluigi Pisino, suono Biagino Bleve, montaggio del suono Bruce Morrison, musiche Animammersa, sculture sonore Antonio De Luca, produzione Pmi/Officinavisioni/Big Sur) sarà proiettato in prima nazionale domenica 14 novembre 2010, alle ore 21,30 al cinema Odeon di Firenze e lunedì 15 allo Spazio Uno alle ore 10:30.

13 novembre 2010

>> vai all'articolo

Recensione su Micromega


JU TARRAMUTU di Paolo Pisanelli

I giornali e i media possono anche tentare di indurci a credere che L'Aquila sia tornata alla normalità. Fa parte del gioco, sporco quanto si vuole, ma fa parte, purtroppo, del gioco. Paolo Pisanelli, invece, gioca su un tavolo completamente diverso. Quello della trasparenza, della controinformazione che diventa informazione tout court, scendendo in campo al fianco di quanti ancora vivono in condizioni di disagio, che sono esclusi dalla vita della loro città e che sono stati beffati dalle trame affaristiche della cricca che fa capo a Bertolaso e ai suoi amici, che hanno lucrato sulla ricostruzione.
Ju Tarramutu, però, non ripropone le tesi di Draquila della Guzzanti. Il film di Pisanelli, mosso da un profondo senso civico di stare al fianco della popolazione aquilana, oltre a essere uno dei film italiani più appassionanti degli ultimi anni, cui nuoce, a voler essere severi a tutti i costi, un certo eccesso di enfasi espositiva, non si limita a registrare le disfunzioni di un governo che ha usato la catastrofe come operazione di lifting politico.
Pisanelli, attraverso il suo film, sperimenta, con la gente del posto, una forma di autentica democrazia partecipativa. Lo spazio del film di Pisanelli diventa letteralmente uno spazio pubblico, un'agorà, nella quale e dalla quale, far risuonare le voci della gente di L'Aquila, che dopo le bugie e la truffa del governo, ha deciso di prendere nelle proprie mani la gestione dei problemi della ricostruzione. Pisanelli, quindi, non solo filma e documenta, ma si concede anche il lusso di ricostruire, inventare, coinvolgendo nel gioco del cinema, coloro che hanno deciso di abitare il suo film.
In questo senso Ju Tarramutu è un film sconvolgente. Un esempio di solidarietà fattiva che di fronte all'impossibilità di tornare ad abitare le proprie case, permette se non altro di abitare un film. Se si pensa a come i media ufficiali hanno letteralmente espropriato gli aquilani della loro dignità e del loro dolore, oltre che del loro diritto di tornare ad abitare la loro città, il lavoro di Pisanelli si rivela in tutta la sua importanza.
Anche perché Pisanelli, pur lavorando nell'ambito del documentario, ha ben presente la migliore tradizione del cinema italiano. Ju Tarramutu è un film corale come avrebbe potuto dirigerlo un Giuseppe De Santis. Possiede infatti il medesimo pathos epico de La strada lunga un anno, anche se inevitabilmente corretto da schizzi di umorismo acido memore di Ciprì e Maresco.
è da molto, troppo tempo, che al cinema non si vedono le persone che abitano l'Italia. Un film come Ju Tarramutu, non solo è un vero e proprio atto di impeachment morale, etico e politico, ma dimostra che è ancora possibile ipotizzare di vivere e abitare una casa comune. E, soprattutto, che la democrazia partecipativa e ancora, e sempre, l'unica chiave di volta per tentare di capire come dagli individui possa sorgere ancora una volta una collettività forte e consapevole.

>> vai all'articolo

(Giona A. Nazzaro)

Recensione su Perinsala.it


THE DAY AFTER

The Day After. Così si chiamava il film diretto nel 1983 da Nicholas Meyer per ABC. Cosa c'entra un catastrofico post Guerra Fredda con il Festival del documentario?
C'entra perché in quel giorno dopo- dopo la bomba, si intende- tra la desolazione delle macerie e la disperazione dei sopravvissuti, Meyer collocava sapientemente una radio, un anonimo apparecchio attorno al quale si stringeva la comunità, per ricevere conforto e notizie e che, invece, sputava impietosamente la voce lontana e affettata di un Presidente corrotto, tutto volto a magnificare la potenza e la vittoria dell'America minimizzando i danni e ridicolizzandone l'impatto.
Certo era una critica feroce e disincantata all'ipocrisia e alla follia dei vertici dell'epoca ma, quantomeno, era un film di finzione. Non è così per Ja Tarramutu, il bellissimo documentario di Paolo Pisanelli realizzato nei quindici lunghi mesi successivi al disastro de L'Aquila. All'indomani della tragica notte del 6 aprile 2009, il regista raccoglie la situazione reale di una città colpita al cuore e dei suoi abitanti sradicati.
I rapidi carrelli che scorrono veloci lungo file interminabili di cancelli e recinzioni, divieti e nastri rossi, alla ricerca di un varco verso un centro decretato off limits, si alternano ai piani statici e in profondità sulla vita nelle tendopoli, precaria eppure immobile, greve di lutto e di attonito disagio.
Nella desolazione della perdita, mai scevra di una fiera determinazione a rialzarsi in piedi e ricominciare, Pisanelli raccoglie le voci di chi il terremoto l'ha vissuto davvero e deve fare i conti con tutto ciò che esso gli ha sottratto: i cari, la casa, una vita normale che usiamo chiamare quotidianità e che, improvvisamente, sembra tanto straordinaria.
Il silenzio sgomento, l'esistenza sospesa e, al contempo, l'imposizione repentina di un re-inizio fanno da contrappunto atroce e dissonante alla cacofonia ciarliera dei media, dei loro servizi immancabilmente parziali, reiterativi, fuori luogo. Tra questi, più di tutti, spiccano le interviste-vetrina al Presidente Silvio Berlusconi, sornionamente intento, col suo visus collaudato, a evocare imbarazzanti paragoni con avventurosi week end in campeggio.
Già, i week end. Ma passano i mesi e L'Aquila è distrutta, mentre, lungo i margini sigillati della città medievale, si innalza un'inquietante fila di casermoni rosa shocking.
È tutta facciata, quelle non sono case, sono formicai, è come un reality commenta indignato uno dei cittadini. E a vedere le ennesime interviste a Silvio che decanta compiaciuto il design degli interni- mentre L'Aquila in macerie è ancora inaccessibile- è difficile dargli torto.
È così che il terremoto si trasforma di giorno in giorno in una micidiale macchina di propaganda, con le tv che trasmettono di tutto, dalle rose sintetiche delle new city all'eleganza impeccabile di Michelle Obama e, troppo prese da insulsaggini e G8, si dimenticano accuratamente di mostrare gli aquilani. Li nascondono perché adesso, paradossalmente, il nemico sembrano loro. Una realtà scomoda, una spina nel fianco. Al punto che quando, disillusi e esasperati, decidono di rimuovere da soli le macerie a fronte dell'inerzia ostinata del governo, la forze dell'ordine sequestrano loro le carriole.
È una storia raccapricciante quella raccontata da Pisanelli, una situazione che crea disgusto e rabbia in un Paese che si pretende civile. Il popolo de L'Aquila non si è mai arreso, molti di loro sono presenti in sala e rinnovano il proprio appello. Il 20 Novembre si terrà L'Aquila chiama Italia, una manifestazione per una ricostruzione sicura e corrispondente alle reali esigenze del territorio e dei suoi abitanti- ai quali già si richiedono tasse e mutui senza che ancora abbiano una casa.
La comunità aquilana ringrazia Pisanelli per la testimonianza onesta e veritiera. Lo ringraziamo anche noi perchè la sensazione più forte, nel vedere il suo film, è quella di assistere per la prima volta a ciò che i mezzi di informazione avrebbero seriamente dovuto raccontare e, tuttavia, hanno taciuto e insabbiato.
Perché la superficie, il visibile, il mostrato lo si potrà anche addomesticare, edulcorandolo a piacimento. Ma l'invisibile, il sotterraneo, quello, davvero, presenta sempre il conto.

>> vai all'articolo

Recensione su AbruzzoWeb.it


L'AQUILA: DOMANI PRESENTAZIONE DEL FILM JU TARRAMUTU

L'AQUILA - C'è una cosa che nessuna tv, nessuna radio può riportare fedelmente: il silenzio. Nei primi giorni dopo il sisma il silenzio era ovunque. Non solo tra le macerie. Le persone andavano in giro come fantasmi. In mezzo alla gente c'era il silenzio, dentro la testa c'era il silenzio.
Questo il senso del film documentario Ju tarramutu - Un viaggio nei territori della città più mistificata d'Italia di Paolo Pisanelli, che verrà presentato domani all'Aquila presso il cinema Movieplex in due proiezioni alle 18.30 e 20.30.
Un film girato nell'arco di 15 mesi, dall'8 aprile 2009 al 7 luglio, giorno della manifestazione degli aquilani a Roma, che racconta la trasformazione paesaggistica del territorio - ha dichiarato il regista Pisanelli - unita ai racconti di chi il terremoto l'ha vissuto in prima persona. Ho cercato di raccontare anche il passaggio dallo smarrimento iniziale dei terremotati fino alla presa di coscienza sfociata nelle 'domeniche delle carriolÈ.
Ho filmato a lungo il territorio aquilano - racconta ancora Pisanelli - il mio interesse è rivolto alle radicali trasformazioni che sta subendo, alla 'sparizionÈ dei centri storici, tra abbandoni e demolizioni, all'idea di casa che ha dentro di sé ogni persona che ho incontrato. Sicuramente pongo al centro il tema del paesaggio per parlare del momento che stiamo vivendo, più che della bellezza o della distruzione del paesaggio in sé.
Prodotto da Partner media investment, Officinavisioni e Big sur, il docu-film aprirà il prossimo 2 dicembre la serata inaugurale del Sulmonacinema film festival.
Il montaggio del film è di Matteo Gherardini, collaborazione al montaggio Piero Li Donni e Fabrizio Federico, assistente operatore Pierluigi Pisino, suono Biagino Bleve, montaggio del suono Bruce Morrison, musiche Animammersa, sculture sonore Antonio De Luca.

(e.m.)


>> vai all'articolo

Recensione su (ami) Agenzia Multimediale Italiana


Nei primi giorni dopo il sisma il silenzio era ovunque. Non solo tra le macerie. Le persone andavano in giro come fantasmi. Paolo Pisanelli (audio), racconta il senso del suo ultimo film documentario sul terremoto de L'Aquila, Ju tarramutu. Presentato in concorso al Festival dei Popoli di Firenze e alla 28° Sulmonacinema nella sezione 'Questi fantasmi' è l'esempio di un film corale e partecipato.

Cinema civile, di denuncia e resistenza: Ju tarramutu di Paolo Pisanelli racconta con acume e disincanto il dramma degli invisibili del terremoto dell'Aquila. Pisanelli scende in strada insieme agli aquilani per restituire loro la voce che il mondo della comunicazione mainstream, prono alle logiche ipocrite della politica e degli affari, gli ha tolto dipingendo un situazione di ritorno alla normalità tanto rassicurante quanto fasulla. Un teatrino mediatico fatto di sovraesposizione nazionale e internazionale che ha messo in sordina abusi di potere e sciacallaggio imprenditoriale per dare risalto agli aspetti più patetici e vendibili della tragedia, operazioni mosse da una politica fatta di malafede e ipocrisia per ottenere aiuti e visibilità sulle spalle della gente e sul dramma di una città che con la propria casa ha perduto in una sola notte punti di riferimento, certezze, serenità, persone care.

Un film corale, quello di Pisanelli, che concretizza la possibilità di fare autentica democrazia grazie alla settima arte e di coniugare il racconto civile e la denuncia tra realismo, etica e stilettate di humour acidulo. Perché le parole tornino a risuonare, scomode e veritiere, nella testa e nei cuori della gente, perché - come spiega lo stesso regista - C'è una cosa che nessuna tv, nessuna radio può riportare fedelmente: il silenzio. Un silenzio che nei primi giorni dopo il sisma era ovunque, non solo fra le macerie, non solo in mezzo la povere che s'andava posando sopra le macerie. Le persone andavano in giro come fantasmi e in mezzo alla gente c'era il silenzio, dentro la testa c'era il silenzio.

E non è un caso che la sezione del SulmonaCinema che ha ospitato il film di Pisanelli s'intitoli proprio L'Aquila, questi fantasmi, in cui, oltre a Ju tarramutu sono stati presentati anche La città invisibile di Giuseppe Tandoi e Un anno dopo, realizzato dagli studenti del terzo anno dell'Accademia dell'Immagine dell'Aquila con la supervisione di Gianfranco Rosi. Un focus più che mai necessario per fare con onestà e coraggio il punto della situazione e mostrare al pubblico come la catastrofe del 6 aprile 2009 è stata documentata dai film-maker indipendenti: la disperazione, la speranza e le ferite, i soccorsi e l'impegno, il business tutt'altro che trasparente della ricostruzione e delle speculazioni che l'hanno avvelenata. Immagini e parole per rompere il silenzio, oltre la notizia che non fa più notizia, oltre l'opacità degli interessi, oltre, molto oltre, la mistificazione.


(Andrea di Nino)


>> vai all'articolo

Intervista su Vanity Fair.it


LE VOCI DELL'AQUILA, DUE ANNI DOPO JU TARRAMUTU
Nel secondo anniversario dal sisma, un film racconta un viaggio. Che parte dal silenzio di quella notte. E dai 22 secondi di scossa. Che si contano così: milleeuno, milleedue, milleetre...

Due anni fa, l'Aquila dormiva quando alle 3.32 è arrivato il terremoto. Intenso, tra l'ottavo e il nono grado Mercalli. Quella notte, e nelle 256 scosse che si sono registrate nelle 48 ore successive, morirono 309 persone e in 65 mila persero la propria casa. Maria D'Antuono a 98 anni l'hanno salvata dopo 42 ore: era sotto le macerie, lavorava all'uncinetto. Le chiese sono distrutte, gli ospedali inagibili, la zona, dopo poche ore in mano alla Protezione Civile, blindata, rossa. Il governo stima il danno: 10 miliardi 212 milioni di euro.

Ricorrenze come questa del 6 aprile portano memoria, celebrazioni, bilanci. E documentari. Nelle sale ne esce uno che già dal titolo in dialetto racconta da che parte sta: Ju Tarramutu. Il regista, filmaker e architetto, si chiama Paolo Pisanelli, ha 46 anni e nel 2009, nella notte nera, è a Roma. Sente la scossa, un uovo di Pasqua cade a terra in cucina, lui si gira dall'altra parte nel letto, e si riaddormenta pensando: "È il terremoto. Ha colpito forte da un'altra parte". Si sveglierà con le immagini dei tg. E prenderà per mano la moglie Federica, 40 anni. Insieme, decideranno di partire. In quindici mesi di riprese, lei gli farà da fonica. Raccoglieranno storie. E voci. Come queste:

IL SILENZIO
"C'è una cosa che nessuna tv, nessuna radio ha potuto raccontare: il silenzio. Nei primi giorni dopo il sisma, il silenzio era ovunque. Non solo tra le macerie. Erano le persone, ad andare in giro come i fantasmi. In mezzo alla gente c'era silenzio, dentro la testa c'era silenzio".

LE STRADE
"Sei solo in strada con la videocamera surriscaldata in mano, hai sentito il puzzo del sudore tuo, della gente, dei poliziotti: tutto scorre per frammenti, immagini sporche, mosse, brutali".

QUANTO SONO LUNGHI 22 SECONDI
"Per saperlo, bisogna contarli con calma. Milleedodici, milleetredici, milleequattordici, milleequindici. E sono lunghi, tanto lunghi, quando un rumore "che ti spezza le gambe e il sistema nervoso" ti sconvolge per sempre la vita".

QUALE MIRACOLI
"Il G8, la passerella con gli imprenditori che ridono, ha fatto solo male all'Aquila. Si è innescato un circo mediatico, e speculativo.Lo spettacolo del dolore. Il progetto C.A.S.E., con i quartieri dormitori. Da allora, e dalle intercettazioni soprattutto, è cambiato il ritmo: la città era desolata, smarrita. Poi, è arrivato il tempo della rivolta, "Riprendiamoci L'Aquila", urlavano".

NON UN ALTRO DRAQUILA
"Alle teste parlanti, ci ha già pensato Sabina Guzzanti nel suo Draquila. Qui, la catastrofe è negli sguardi, c'è la catena umana che riempie i secchi vuoti, la memoria dei luoghi spianata. L'opera è (ancora) aperta".

JEAN-PIERRE, LA VITTIMA N. 310
"Era un artista operaio. È tra quelli che non sono nei numeri dei morti per il terremoto. Se n'è andato dopo sette mesi di tende. Non gli ha retto il cuore. Faceva gioielli, con le mani lavorava l'oro. Un giorno siamo andati nel suo laboratorio distrutto. Tra le macerie, ha ritrovato una bustina di orecchini. "Che fortuna", ha detto. E non aveva che una certa amarezza negli occhi".


(L. Farnese)


Articolo su Inumbriaoggi.it


JU TARRAMUTU: LA REALTÀ DELLE EMOZIONI

Fin dalle origini del cinema si è discusso sulla sua duplice funzione: raccontare la realtà o narrare una storia di fantasia? Mentre i fratelli Lumière riprendevano l'arrivo del treno e l'uscita dalla fabbrica, Georges Méliès ci mostrava diavoletti che apparivano e scomparivano, ritratti animati, ragni giganti e un viaggio sulla luna.
Il racconto di fantasia ha raggiunto oggi livelli inimmaginabili, grazie agli effetti speciali, al 3D, alla computer grafica, ecc. Raccontare la realtà è diventata un'arte e ancora oggi lo si può fare usando degli attori e una storia verosimile oppure attraverso il documentario, cioè filmando la realtà e i suoi veri protagonisti. Negli ultimi anni, grazie soprattutto a Michael Moore, questo genere è stato sdoganato ed è approdato, sempre più spesso, sul grande schermo, con un vasto seguito di pubblico.
Sulla tragedia del terremoto dell'Aquila sono già stati girati vari tipi di lungometraggi: film d'inchiesta come Sangue e cemento e Colpa nostra, docufilm come Draquila di Sabina Guzzanti ed è ancora nella fase delle riprese il primo film di finzione L'amore non crolla mai.
Il 6 aprile 2011, in occasione del secondo anniversario del terremoto, è uscito Ju tarramutu di Paolo Pisanelli, un altro film documentario, questo lavoro, però, si differenzia dagli altri per due caratteristiche fondamentali: 1. le riprese vanno dal 6 aprile 2009 al 7 luglio 2010 e ci raccontano tutto questo lasso di tempo; 2. l'approccio è fortemente emotivo, protagoniste principali della pellicola sono le emozioni degli Aquilani.
La proiezione è preceduta da un messaggio registrato del regista, dal quale traspare chiaramente il suo coinvolgimento emotivo. Pisanelli spiega anche che ci sono tre fasi principali nel documentario: lo stordimento iniziale seguito pian piano dalla depressione che poi esplode in rabbia.
Questo documentario è una testimonianza importante, soprattutto per capire meglio le reazioni dei cittadini colpiti dal sisma, più volte mi è capitato di sentir pronunciare frasi tipo: "Ma io non capisco questi cosa hanno da lamentarsi! Hanno avuto delle casette nuove e a tempo di record! Cosa vogliono ancora?!"
Ju tarramutu risponde a queste domande e lo fa in un modo ineccepibile, facendoci provare sulla nostra pelle le stesse emozioni degli abitanti dell'Aquila. Quando si arriva alla scena della donna che, indignata dalle parole dei due imprenditori intercettati mentre gioivano della disgrazia appena consumatasi in Abruzzo, sfonda i cancelli per rientrare, finalmente, nella sua città, si prova una sensazione difficile da raccontare, è lì che la depressione si trasforma in rabbia e per lo spettatore è arduo trattenere le lacrime.
Attraverso delle belle immagini, alcune davvero ottime, il fil rouge della voce del presidente Berlusconi che arriva da televisori di ogni tipo, i volti e le testimonianze, dirette o riportate da una brava attrice che recita fuori campo, Pisanelli ci racconta più di un anno di vita dei cittadini dell'Aquila e riesce nell'ardua impresa di farci provare le loro emozioni, il loro stordimento, la loro depressione, la loro rabbia. Dopo la visione si esce dal cinema con una grande voglia di riscatto e di giustizia.
Arrivare dritti al cuore, emozionare così intensamente senza usare artifici né romanzare il racconto ma, come dicevo all'inizio, rappresentando la realtà, non è scontato, perciò complimenti a Paolo Pisanelli.


(Camilla Todini)


Articolo su Filmaker's Magazine.it


JU TARRAMUTU
A due anni dal sisma che ha distrutto L'Aquila, il documentario di Paolo Pisanelli fotografa le ferite di un territorio ancora tutto da ricostruire, tra mistificazioni e (dis)interessi


Dopo il terremoto del 6 Aprile 2009, L'Aquila è diventata la città più "mediatizzata" d'Italia: una babele di eterogenee produzioni audiovisive ha bombardato gli occhi e le menti degli italiani, raccontando tutto e il contrario di tutto. E ovviamente ogni italiano che si rispetti può dire la sua, che di solito si riassume così: se sei berlusconiano è tutto a posto, altrimenti è un dramma reale. In questo contesto, quasi per caso, nasce il lavoro di Paolo Pisanelli, trovatosi a realizzare un documentario senza averlo ben chiaro in testa ma partorendolo strada facendo. Una pellicola che esce nelle sale a due anni esatti dal terremoto e che ci racconta come, al di là degli spot di circostanza, sia stato fatto ben poco per gli aquilani e veramente nulla per la ricostruzione della città in quanto comunità.

Due frasi riassumono perfettamente i contenuti cinematografici del film: il titolo esteso Ju tarramutu. Un viaggio nei territori della città più mistificata d' Italia e "C' è una cosa che nessuna tv, nessuna radio può riportare fedelmente: il silenzio", l' incipit del regista.

Il titolo palesa, con l'uso del dialetto, l'intento di guardare il dopo-terremoto con gli occhi di un aquilano: il progetto/vetrina C.A.S.E. che, senza entrare nello specifico delle dinamiche degli appalti, fa sentire gli occupanti delle cavie da laboratorio, gli ostacoli alle manifestazioni di piazza, imprenditori-sciacalli che se la ridono, il campo di accoglienza come prigione, la Chiesa che si unisce alla solidarietà di facciata ma ha ben altri interessi sugli immobili, il G8, i container, il freddo dell'inverno, gli altri compaesani ancora negli hotel, le assemblee, il centro della città sotto sequestro e tale e quale alla mattina del terremoto... il tutto condito dalle promesse del Grande Fratello, il Presidente del Consiglio dell'epoca, che parla alla onnipresente tv.

L'incipit ci introduce invece in una dimensione poetico-filmica: Pisanelli parla con le immagini, palesando un gusto a metà fra il reportage giornalistico e la videoinstallazione, mostrandoci spaccati delle oramai rovine de L'Aquila e componendone alcuni di forte impatto emotivo e simbolico. Sembra paradossale ma, rispetto ad altre pellicole del dopo-6/4/09, Ju Tarramutu è quella in cui la componente politica è meno protagonista ma allo stesso tempo meglio descritta, almeno per il ruolo che ha assunto nella vita degli aquilani, popolo orgoglioso, tradizionalista e attaccato alle proprie radici ma oramai costretto, nella migliore delle ipotesi, ad affacciarsi dal balcone della sua casa di plastica e guardare L' Aquila che fu e che nessuna istituzione vuole aiutare a ricostruire.


(Angelo Mozzetta)


ORGANIZZA UNA PROIEZIONE

Vuoi organizzare una proiezione?

Vuoi organizzare una proiezione?

Scopri come


TRAILER

Trailer

JU TARRAMUTU trailer

di Paolo Pisanelli

EXTRA

Extra

AQUILANE

Voci e visioni da una città dispersa

DIARIO

Diario

Jean Pierre mon ami

UNA PRODUZIONE DI


Partner Media Investment Officina Visioni Big Sur - Immagini e visioni

SOTTOSCRIVI LA LEGGE
DI INIZIATIVA POPOLARE!
www.anno1.org

Big Sur s.c.r.l. • 73100 Lecce • via G.A. Coppola, 3 • Italia • tel/fax: +39(0)832.346903 • mail: info@bigsur.it • P.I. 03266210750